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 HANS THEESSINK BAND

BRIDGES

Ritorna l’epigono europeo di Ry Cooder, David Lindley, Taj Mahal e dei musicisti ricercatori-viaggiatori e, ancora una volta, è un appuntamento cui non bisogna mancare. 
Escludendo la compilation “Blue Grooves from Vienna”, che celebrava il suo 50mo compleanno, Hans arriva all’undicesimo album che, non meno dei precedenti, ha un titolo significativo e importante, “Bridges”. 
Le sue radici sono indiscutibilmente affondate nel blues pre-bellico, quel blues acustico del Delta che lo ha portato a voler conoscere tutto ciò che vi era intorno, da quanto è radicato nel passato sino alle più lontane ramificazioni. Hans è divenuto così un conoscitore del Piedmont-style, dei folk-blues singer di colore e non, del gospel, della musica caraibica. 
Le sue influenze passate comprendono anche Big Bill Broonzy o Brownie McGhee sino ad arrivare al grande Leadbelly, solo così si può spiegare un amore così grande per una tradizione che non è solo blues ma che comprende i più diversi aspetti della “roots-music” di matrice nera. Un “viaggio” che non si limita solo al blues delle origini, ha interessi più ampi, più variegati, oserei azzardare che sono al pari etnici e passionali. 
Grazie a questa sua incredibile anima ha collezionato esperienze che sono state fermate in opere discografiche che hanno titoli come “Songs from the southland” e, andando a ritroso nel tempo, “Lifeline”, “Journey on”, “Crazy moon”, “Hard road blues” e “Call me”. 
Progetti che nobilitano una discografia che, nell’ultimo decennio, ha pochi uguali. 
“Bridges”, primo album come Hans Theessink Band e senza la proficua collaborazione con il tuba virtuoso Jon Saas, è il naturale seguito dei titoli citati e vede Hans Theessink esplorare ancora una volta quell’universo blues-roots che gli è particolarmente caro in una dimensione quasi corale. Non sono presenti vocalists illustri di colore o rinomati ospiti tra i solisti, Hans e la sua band registrano in una chiesa (a Monte Antico in Toscana) con un sound incredibilmente bello nel suo essere “naturale”. La formula del SACD fa il resto. Hans ha da sempre concentrato i suoi sforzi sulla voce, il suo strumento preferito e, naturalmente, sugli strumenti a corda di cui è virtuoso praticante, oltre che accanito collezionista. 
La sua band non è da meno, Erich Buchebner, basso acustico ed elettrico, Harry Stampfer, batteria e percussioni, e Roland Guggenbichler, ogni sorta di tastiere ed accordion, sono validi comprimari, come pure il trio vocale africano degli Insingizi. 
Dei quindici brani di “Bridges” ( cosa più di un ponte è simbolo di connessione tra ciò che è separato?), vi sono ben dodici brani originali e tre covers. 
Egli è stato particolarmente colpito dai “ponti” abbattuti nell’ex- Yugoslavia e questo ha ispirato il brano che dà titolo all’album. 
Ogni song s’ispira inoltre ad una sorta di luogo topico del blues e molti titoli delle canzoni sono emblematici. 
Si parte con un classico country-blues acustico, national steel e banjo in evidenza con Hammond ed accordion in sottofondo, “Behind the sun”. Prosegue “Believe the devil took her hand”, ancora tempi lenti e d’atmosfera, giocata su mandolino elettrico e Hammond, belle parti vocali in falsetto e armonica. 
La title track, ancora con le tastiere in bella evidenza, piano, Wurlitzer e HB3 è un gospel di grande atmosfera con il gruppo di colore dello Zimbawe Insingizi a pieno ritmo. 
La sequenza di “Dream”, grande string-sound chitarra-banjo sottolineato dal lavoro di tastiere e voci nere, “Circles”, delicata e toccante ballad di coheniana bellezza, “Running home”, non meno ispirata nel rarefatto splendore, sono il termometro per saggiare le qualità del songwriting di questo personaggio nella non facile e molto battuta dimensione blues-roots. 
“Brand New Dawn” ci riporta nel familiare terreno gospel, con gli Insingizi sempre in bell’evidenza, come pure il traditional “Moses”, per sole voci e chitarra. “Zambesi” ci regala intriganti ritmi ed atmosfere “afro”, mentre la riflessiva “Odyssey” lo proietta in un’ispirata dimensione cantautorale. 
La lenta e gospel cover di “People Get Ready”, Curtis Mayfield, è molto intensa, personale, trabocca sensibilità espressiva e sentimento. Magie per Hammond e slide hanno un’impalpabile e raffinata bellezza. 
“What will the children play” è un lamento dedicato ai bambini d’aree colpite dalla guerra, il corposo coro è quello del Linda Tillery Heritage.
Chiudono “Rain”, slide ed acustica con un delicato lavoro di tastiere in sottofondo, la giocosa “Little girl”, altri brani che testimoniano la creatività del suo approccio verso il blues-roots sound, oltre che la caratura della sua penna, e la celeberrima “Mbube” di Solomon Linda, cantata dal trio di colore degli Insingizi, non certo accusabile di banalità nel suo arrangiamento. 
Attenzione anche ad un bel jam-blues come “ghost track”, arriva dopo qualche minuto. 
Hans Theessink ha amalgamato gli elementi a disposizione coniugando alla perfezione voci e strumenti a corda, facendo tesoro di quanto sia importante la semplicità nella bellezza, lo spazio dei singoli nell’insieme. Egli ha trovato, attraverso le vibrazioni di decine di strumenti a corda, uno straordinario lavoro delle tastiere, e l’uso delle voci, le giuste atmosfere per ogni brano, riuscendo così a far arrivare al “groove” del blues anche artisti non americani. 
Hans, già a livelli d’assoluta eccellenza, sembra crescere ancora. 
Per lui, abbiamo scomodato più volte il termine capolavoro in passato, che fare ora? Nulla, semplicemente citare, per dovere di cronaca, un altro, per lui ordinario, grande album blues-roots.
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