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| LE DUE SPONDE DEL TWEED - INTERVISTA A DICK GAUGHAN |
| La libertà è contagiosa. Non riconosce frontiere, dazi e dogane. E’ un germoglio coltivato con amore...Parlando con Dick Gaughan... |
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La libertà è contagiosa. Non riconosce frontiere, dazi e dogane. E’ un germoglio coltivato con amore, spesso in clandestinità. Lo si potrà violare, soffocare, sradicare, ma alla fine spunterà rinnovato, per crescere rigoglioso. Non ci sono leggi o despoti, “grandi fratelli” di ogni tipo e tecnologie invadenti, new economy e globalizzazioni che alla lunga potranno avere la meglio. Io credo che una piccola, sacra scintilla di libertà verrà custodita da qualche parte e salvata per divampare prima o poi in un grande fuoco. E mi convinco che l’origine di questo bene irrinunciabile e intrinseco all’uomo nasca dalla tolleranza e dalla condivisione. Parlando con Dick Gaughan questi pensieri si sovrappongono alle domande che gli rivolgo, mi investono con la forza di un turbine. Penso alla sua canzone “Both side the Tweed”, riferita alla riva scozzese e a quella inglese, lo spartiacque tra Scozia e Inghilterra. Non una frattura, un muro d’acqua che separa due etnie inconciliabili, ma un punto d’incontro per un dialogo proficuo e la costruzione comune di un futuro migliore. Al fianco dei minatori in lotta, dei diseredati, dei lavoratori, il militante Dick ha edificato la sua piccola cattedrale di ballate realistiche e poetiche, diventando attraverso la sua ormai lunga carriera una delle voci più forti dell’antica Caledonia. Il degno erede di Ewan MacColl, si è esibito al Folkclub di Torino in una indimenticabile serata in cui il clima freddo dell’ambiente esterno contrasterà con il calore di una performance appassionata e così carica da materializzare il magico scenario scozzese, dove quelle canzoni sono nate.
FC - “Both side the Tweed” sintetizza la tua posizione che vuole un incontro e non uno scontro tra scozzesi e inglesi. Quanti sono a pensarla come te?
DG - La maggiore parte delle persone in Scozia non ha pregiudizi verso l’Inghilterra. C’è il desiderio dell’indipendenza, naturalmente, e come in qualsiasi luogo del mondo vi sono persone con pregiudizi. Si desiderano rapporti buoni con gli inglesi. Viviamo nella stessa isola, siamo uniti da mille anni di contrasti e guerre e certo non vogliamo che ciò riprenda o continui. Vogliamo l’amicizia.
FC - Sei il bardo dei minatori. Esempio ne è un disco come “True and bold”. Se Maggie ti conosce, non ti porta nel cuore. Com’è, in generale, la situazione nel mondo del lavoro inglese?
DG - E’ la stessa di qualsiasi luogo in Europa. Abbiamo parecchie aziende che chiudono. Molte di queste erano legate all’estrazione del carbone. C’è una notevole disoccupazione. Come nel resto d’Europa c’è una tendenza a spostare le aziende verso paesi più convenienti. E’ un problema europeo, non scozzese. Seattle è stata la prova che i paesi sviluppati e sottosviluppati possono dialogare e si sono riconosciuti in problemi comuni. Il problema della libertà di movimento del capitale è globale. Anche la resistenza al capitale deve diventare globale. L’internazionalismo è sempre stato qualcosa di cui la classe operaia è stata ben consapevole. Si ha così questo apparente paradosso di un paese con 5 milioni di abitanti con una forte identità nazionalista ma anche internazionalista.
FC - Le tue canzoni sono diventate per i minatori inni e patrimonio personale di lotta? Hai visto il film “Grazie signora Tatcher”? Vedendolo ho pensato a te, sebbene là sia una banda musicale e non un troubadour il personaggio principale del film.
DG - I minatori scozzesi sono una parte dei minatori inglesi ed è impossibile fare distinzioni. E’ sbagliato personalizzare i problemi su Margaret Tatcher perchè era sì il capo del governo ma non direttamente responsabile del problema dei minatori inglesi. Attualmente la Tatcher non c’è più ma i problemi rimangono esattamente gli stessi, anche sotto un governo diverso. Penso che sia stato un pericolo negli anni ‘80 personalizzare il conflitto nei suoi confronti. La gente diceva: “Il problema è Margaret Tatcher”. Poi lei se ne va e la gente dice: “Bene, non abbiamo più questo problema e tutto andrà in porto”. Molto ingenuo come ragionamento. Non avevo problemi con lei perchè non l’ho mai incontrata, ma li avevo con la sua politica economica che ritengo fosse disastrosa. Serviva gli interessi del capitale e in particolare quelli del capitale internazionale. Commettiamo lo stesso errore con Blair. Non ci accorgiamo che gli individui contano meno di quanto pensiamo. Non c’è differenza sostanziale fra la politica di Tony Blair e quella di Margaret Tatcher. Sono lì a presidiare il paese nell’interesse del business. Blair ha un progetto per accreditarsi come Presidente d’Europa. E’ ambizioso come lo è un politico. Eccetto rarissime rispettabili eccezioni tutti i politici che ho incontrato intendono la loro attività come una carriera.
FC - Hai raccolto l’eredità di Ewan MacColl. E’ un lascito pesante per te? Non senti la mancanza di una band di supporto come ai tempi dei Five Hand Reel e dei Boys Of The Lough?
DG - Sono state esperienze musicali di cui ho fatto parte e che guardo con un certo distacco perchè non amo fare le stesse cose troppo a lungo. E’ molto facile rimanere imbrigliati nell’atmosfera di un periodo e ritrovarsi a fare sempre le stesse cose. Sento sempre il desiderio di fare cose nuove senza sapere nemmeno cosa farò. Avevo molto rispetto e ammirazione per MacColl. Era sicuramente un gradissimo scrittore di canzoni e un grande interprete della tradizione, avendo compreso a fondo come la musica fosse parte organica della cultura popolare. La musica non può essere separata dalla gente. Se la metti in laboratorio sotto il microscopio vedrai chiaramente che essa ha le sue radici tra la gente. Non sono interessato all’antiquariato. Una canzone non è interessante per me in quanto vecchia. Una canzone di 500 anni fa può essere importante oggi perchè può dirci qualcosa di noi, oggi, ed è questo che mi interessa.
FC - Fra le tue recenti cover ho particolarmente apprezzato “Ruby tuesday”, talmente magica da essere un’alternativa all’originale. Come hai scelto di interpretare questa canzone?
DG - E’ una bella canzone. Ho sempre pensato che ci sono canzoni popolarissime ma di cui nessuno conosce le parole. Tutti conoscono il ritornello (accenna il motivo). L’idea è quella di far ascoltare la canzone in una maniera nuova, provocandole quell’attenzione che una canzonetta non provoca. E’ una canzone molto matura e Mick Jagger non mi sembra molto maturo. E’ difficile per me pensare che sia stato lui a scriverla. Accade spesso che qualcuno scriva una canzone senza avere piena coscienza di quello che essa diventerà o di come suonerà. Il testo parla di una donna che ha una mente indipendente, che sa cosa vuole fare, indipendentemente da ciò che gli uomini si aspettano da lei. E’ pronta a pagare un prezzo. Considerato l’atteggiamento di Jagger nei confronti delle donne, trovo curioso che abbia scritto questa canzone.
FC - Ho qualche perplessità invece sulla tua versione di “Pancho e Lefty” di Townes Van Zandt. Il tempo mi sembra troppo lento. L’ho ospitato qualche anno fa e vorrei conoscere la tua opinione su di lui. L’hai conosciuto?
DG - Non ho mai conosciuto Townes, ma molte persone che l’hanno incontrato. Ho deciso di suonare quella canzone dopo aver attraversato il confine fra New Mexico e Arizona. Mi piaceva, l’avevo ascoltata e riascoltata ed è venuta a me proprio nel momento in cui ho provato a guidare nel deserto. E’ stato un modo per esprimere il mio rispetto, per celebrare un grande scrittore di cui ho apprezzato enormemente il lavoro. Non vuol essere originale, qualcosa di diverso da un omaggio.
FC - Tu a nord, Robert Wyatt a sud, ma entrambi baluardi contro l’ingiustizia. Hai mai pensato di interpretare sue canzoni o di fare benefit insieme a lui?
DG - Non l’ho mai incontrato. Lo rispetto molto ma avrei dei dubbi a fare qualcosa, indipendentemente dai motivi musicali. C’è il rischio, vedi, di cominciare a prendersi troppo sul serio. Io canto canzoni, posso piazzarmi in mezzo a una strada e cantare per i prossimi mille anni e questo non cambierà assolutamente nulla. Cantare non produce alcun cambiamento. Ma può toccare persone che possono cambiare le cose. Non sono un movimento rivoluzionario fondato su un solo uomo. Le canzoni che scrivo hanno senso solo nel contesto della gente. Non posso cambiare nulla ma la gente per cui canto, può.
FC - Brian McNeill, Phil Cunningham, Aly Bain, i Tannahill Weavers e il piccolo grande Robin Laing sono i musicisti scozzesi che più mi stanno a cuore. Nella loro musica come nella tua c’è un senso profondo di solidarietà e pietà. Vorrei un tuo giudizio su questi artisti. Hai qualcosa da segnalare?
DG - Una domanda molto difficile. Ci sono troppi musicisti da seguire oggi in Scozia. Una nuova generazione di musicisti che si è affacciata sulla scena. E’ molto difficile isolare delle singole personalità. E’ un vero e proprio movimento. Sono molto interessanti i musicisti che vengono da Cap Breton. Nei tempi antichi ci fu una deportazione e il luogo divenne una colonia scozzese. Suonano musica scozzese. E’ ora che questa musica ritorni in Scozia e influenzi la musica scozzese. So di Robin Laing che appartiene alla nuova generazione e che scrive delle belle canzoni, un tipo alla Rod Paterson, ma non so di più. Con i Tannahill Weavers abbiamo condiviso l’esplosione di popolarità della musica scozzese negli anni ‘70.
FC - Hai intenzione nel prossimo album di proseguire la strada delle cover, di indagare ulteriormente nel territorio tradizionale o di regalarci tue nuove composizioni?
DG - Non lo so e non so mai cosa farò fino al momento in cui lo farò. Non faccio mai programmi.
FC - La tua chitarra acustica è ricca di colori, di sfumature, luci e ombre. Come è nato il tuo approccio allo strumento, la tua tecnica? Ti sei ispirato a qualche chitarrista?
DG - Tutti i chitarristi hanno avuto influenza su di me. Ho cominciato a suonare la chitarra a 7 anni, facendo parte di una famiglia di musicisti. E’ impossibile isolare le influenze che hanno contribuito a formarmi. Se devo però indicare coloro a cui mi sono deliberatamente ispirato, direi Bert Jansch, Davy Graham e Martin Carthy.
FC - Il concetto di libertà si sta affievolendo. La gente è convinta di essere libera se ha molti soldi da spendere, i condizionamenti sono molto forti e vengono dalla televisione, dalla pubblicità, dalle mode. Una tua definizione di libertà....
DG - La libertà è soggettiva. Sono stato allevato in un paese che era definito libero. E questo in contrasto con i paesi dell’Europa socialista di cui mi veniva detto che non avevano libertà. Quando ero giovane libertà significava anche disoccupazione. Nell’Europa dell’est quel tipo di libertà non c’era. Non credo sia possibile aspirare a un concetto di libertà individuale da quello di libertà sociale. Non si può aspirare a un concetto di libertà individuale che escluda la società in cui si vive. E’ troppo inquinato dalla propaganda pubblicitaria. Solo se tutti sono liberi anche io sono libero.
FC - Un album come “Call it freedom” del 1988 contiene sonorità jazz, alternate alle tue dolci serenate folk. Qual’è il tuo rapporto con il jazz?.
DG - Non mi piace etichettare la musica sulla base degli stili. C’è solo una musica. C’è stato un tempo in cui ogni cosa che veniva suonata con la chitarra acustica era chiamata folk. Ci sono solo due tipi di musica: quella che mi piace e quella che non mi piace. Ho fatto, una volta, un disco con un batterista di free jazz e sono venuti a chiedermi che genere di musica avessi suonato. Io non lo sapevo.
FC - Le tue relazioni con l’Italia?
DG - L’ultima volta che ho suonato in Italia è stato sedici anni fa. E’ un pubblico che non conosco. Per me, la gente italiana è gente, come quella scozzese. C’è certamente un problema di lingua. Lo è anche per gli scozzesi che parlano gaelico. Spesso dobbiamo spiegare le canzoni.
FC - Hai cantato Phil Ochs. Ricordo una tua eccellente versione di “When I’m gone”. Perchè si è arreso Phil?
DG - E’ morto. Si è arreso quando è morto. Non l’ho conosciuto. Era sicuramente un ottimo cantautore. Aveva dei problemi personali come molti altri musicisti. Ho conosciuto la sua musica solo attraverso i dischi.
FC - Hai dedicato un pezzo commovente al martire cileno Victor Jara, poeta trucidato dalla giunta militare. Può esserci perdono per Pinochet?
DG - Non conosco il contesto delle accuse che gli sono state mosse. Se è vero che è responsabile della morte di migliaia di persone deve essere accusato e processato come qualsiasi altro criminale. La società deve perseguire chi uccide. E’ però vero che in Sud Africa si è scelta la via della riconciliazione nazionale amnistiando i crimini personali. Se Pinochet si auotaccusasse e ammettesse i propri crimini in una prospettiva di riconciliazione e di superamento dei conflitti, forse, la penserei diversamente. Nel contesto cileno non è davvero possibile ignorare ciò che Pinochet ha fatto, perdonare e dimenticare. Deve esserci una conclusione delle vicende cilene e questo può solo venire dalla conferma dei crimini di Pinochet. E’ necessario per poter raggiungere la pacificazione del popolo cileno con il suo passato. |
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| Francesco Caltagirone |
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